(di Beppe Giuliano)
Il 26 settembre 2023 è stata promulgata la legge costituzionale n. 1, che ha introdotto un nuovo comma all’articolo 33 della Costituzione italiana. Il testo recita: “La Repubblica riconosce il valore educativo, sociale e di promozione del benessere psicofisico dell’attività sportiva in tutte le sue forme”. È la Costituzione della Repubblica, la sua legge fondamentale, quella da cui derivano tutte le norme che regolano la nostra vita quotidiana. Alla Costituzione tutti debbono uniformare i propri comportamenti: i cittadini, le imprese, la pubblica amministrazione, forze di polizia e corpi militari, pubblici amministratori.
Quasi tutti gli Italiani prestano, prima o poi nella vita, giuramento alla Costituzione. Insomma, è una cosa seria.
E come tale dev’essere compresa ed applicata. Lo sport nella carta fondamentale della Repubblica non c’è per vezzo di qualcuno, ma perché si è ritenuto elemento essenziale per un concreto miglioramento delle condizioni di vita del popolo italiano. Viene riconosciuto, di fatto, quale uno dei pochi ascensori sociali, assai probabilmente l’unico che è rimasto.
Non ci vuole molto per verificare questa affermazione: basterebbe misurare la percentuale di giovani italiani di seconda generazione o di nuovo ingresso nelle nostre università e confrontarla con quella delle rappresentative sportive, dalle categorie dilettantistiche, dalle palestre dove giocano i nostri figli, sino alle maglie azzurre che tanto prestigio stanno portando al nostro Paese.
Su quanto sia utile lo sport non dovremmo nemmeno discutere.
Il punto è un altro: questo diritto costituzionale viene negato (insisto, n-e-g-a-t-o) proprio da istituzioni pubbliche che nei loro comportamenti fanno barriera. Parlo delle scuole dove non si aiutano i giovani impegnati nelle attività sportiva e stanno scalando i ranking delle proprie discipline e dove, al contrario, li si penalizza usando esami, compiti in classe e compiti a casa, come limitazioni di fatto. Come se fare sport fosse una scorciatoia, un modo per “non fare”. Dimostrando così una totale incomprensione del mondo in cui viviamo e delle fondamenta valoriali che la pratica sportiva impone a ragazze e ragazzi.
I secondi a scappare dal dovere costituzionale sono Comuni e Province: ovvero quegli organi che debbono provvedere alla realizzazione ed al mantenimento degli impianti sportivi, scolastici e non, ed alla realizzazione di un ecosistema dove le società sportive che si occupano dell’educazione dei giovani italiani possano lavorare, contando sull’appoggio e non sul contrasto dei propri amministratori locali. Un problema, questo, che a Verona si avverte particolarmente.
Allora è necessario che la Scuola e la Politica la smettano di fuggire dal proprio dovere e diano esecuzione piena all’articolo 33 della Costituzione. Si spostino fondi, si investa sulle società sportive, sui loro allenatori, sui ragazzi. La scuola riconosca l’impegno di chi fa sport. L’alternativa? Una fuga in massa verso le scuole all’estero come già sta accadendo. Ovvero una perdita secca di talento. Un vero impoverimento della nostra società.
Peggio, quello che risparmiate oggi in palestre lo pagherete due, tre volte, in polizia e ordine pubblico. Lo sport è un ascensore, ma anche la nostra più grande polizza assicurativa sul nostro futuro.


