(di Alberto Cristani)
Nuovo ciclo per la formazione Primavera dell’Hellas Primavera che riparte da Massimo Pavanel, di nuovo sulla panchina dopo l’esperienza in cinque stagioni dal 2012/13 al 2016/17, culminata nel 2015 con la finale della Viareggio Cup. Nella scorsa stagione Pavanel ha fatto parte dello staff di della Prima Squadra. Il suo obiettivo dichiarato, oltre a salvare la categoria e far crescere i giovani gialloblù, è formare buoni uomini, condizione essenziale per puntare al salto nel calcio che conta.
Massimo, dopo 13 anni torni alla guida della Primavera dell’Hellas: perché sei tornato e come si è concretizzata questa opportunità?
Nasce tutto dalla stima e dall’amicizia con il direttore Sogliano. Con lui ho condiviso il primo periodo a Verona, poi Padova, dove lui era direttore sportivo e io allenatore. L’anno scorso c’è stata quella situazione di cambio (nel febbraio 2026 come collaboratore tecnico di Paolo Sammarco in Prima Squadra n.d.r.), lui cercava una figura un po’ esperta da mettere nello staff e ha pensato a me. Alla fine di quest’anno c’era una nuova situazione di cambio, l’idea di avere la Primavera libera e lui mi ha domandato: “Hai ancora voglia di farla?”. Io gli ho detto di sì, perché è un mondo che mi piace. E farlo qui, all’Hellas, è qualcosa di speciale: per me questo è il settimo anno complessivo a Verona, non sono pochi.
Da fuori qualcuno potrebbe pensare che la Primavera è una retrocessione a livello di carriera…
Sono stato a un passo dalla Serie B un paio di volte; è ovvio che hai quell’obiettivo, che ci pensi. Però poi fai i conti con te stesso e ti chiedi cosa ti torna davvero indietro da questo lavoro. Se parliamo di soldi, le cifre più o meno sono sempre quelle, a meno che tu non vai in B o in A. Per me è bellissimo sentire che quello che trasmetti è capito e messo in pratica. Nel mondo giovanile il ragazzo dipende un po’ dalle tue labbra, dal tuo modo di essere, dal tuo modo di fare. Questa cosa mi dà tantissimo: poter dare qualcosa di mio, insegnare qualcosa di mio. E mi piace trasmettere il pensiero, l’idea della società in cui lavoro. L’Hellas ha un pensiero forte e io cerco di portarlo dentro ai ragazzi. Poter trasmettere questo modo di sentire la maglia, per me, vale più della categoria in cui alleni.
Spesso si sente dire che i giovani di oggi non ascoltano, che pensano solo ai social e alle cose fuori dal campo. È davvero così?
Dipende da quanto tu sei capace di trasmettere e da quanto sei credibile. Se capiscono che sei vero, ti vengono dietro. Io ho fatto cose che pensavo fossero giuste: per esempio, quando entrano consegnano il telefonino e lo riprendono quando vanno via. Regole basiche di comportamento per stare insieme. Mi piace condividere esperienze: siamo andati su una seggiovia, a fare rafting, mangiamo assieme. Sono cose che piacciono a me, perché vivere la squadra per me è sempre stato questo, anche da giocatore. Nel mondo giovanile questo si riesce ancora a fare bene, senza troppi preconcetti e senza mille “rumori” di fondo.
Che differenza c’è, a livello di atteggiamento verso il mister, tra una squadra di Serie B e un gruppo Primavera?
In B hai a che fare con uomini che hanno famiglia, figli, altre esigenze e interessi. È più faticoso creare qualcosa di profondo. Però si può fare anche lì, dipende molto dal gruppo che trovi, dalle persone. Nei giovani, in gran parte dei casi ci riesci. Questo non significa che vinci tutte le partite: significa che stai bene assieme e vivi un anno per cui vale la pena essere stati assieme. Per me è fondamentale.
Che squadra è la Primavera Hellas 2026/2027?
Noi siamo partiti tardi, perché c’è stata una rivoluzione dell’ultimo secondo. Abbiamo avuto un buco generazionale nell’età dei 2008 e quindi ci troviamo con dei 2007 in uscita e dei 2009 bravi al primo anno. È un anno di assestamento, un altro “anno zero”, come spesso succede nei settori giovanili. Il campionato è molto competitivo e difficile. L’obiettivo è salvare la categoria e portare questi 2009, che formano un gruppo interessante, a fare più minuti possibile, per essere pronti a diventare titolari nelle prossime due annate. Abbiamo qualche giocatore futuribile e cercheremo di lavorare bene su questi, facendo crescere anche altri che sono intriganti. Ci stiamo assestando, ma sono contento: vedo voglia di fare, vedo che stanno bene assieme e questo può essere un’arma importante.
Che livello ha questo campionato Primavera?
È un campionato molto difficile. Ci sono squadre con disponibilità economiche importanti. Noi questo non lo possiamo fare. Cerchiamo di lavorare sul nostro, andando a prendere qualcosa che sia “prendibile”: spesso sono scommesse, ragazzi che le società importanti non ritengono adatti a loro. Noi dobbiamo insistere su queste situazioni. È un campionato complicato ma equilibrato: ogni partita, anche contro chi sulla carta è più forte perché ha investito di più, se la affronti con determinazione e carica la puoi mettere in difficoltà. Non è detto che vinci, ma le fai sudare.
I tuoi ragazzi hanno l’occhio e l’orecchio tesi verso la prima squadra…
Certo, è giusto che sia così. Devono essere ambiziosi: se vengono a fare l’anno di Primavera a Verona solo per “fare la Primavera”, secondo me non hanno l’ambizione giusta per stare nel Verona. Devono guardare alla prima squadra, ma sapere che per arrivarci devi sputare sangue. E se ti chiamano ‘su’ per qualche allenamento, te lo devi godere al massimo. La cosa difficile viene dopo, quando torni ‘giù’. Se sei stato in prima squadra poi devi fare la differenza in Primavera. Alcuni si illudono di poter restare, poi quando tornano abbassano l’impegno e faticano. Invece è lì che devi giustificare il fatto che sei stato su. Se capiscono questo, diventano giocatori importanti.
Il tuo dialogo con Marco Baroni e lo staff della prima squadra com’è organizzato?
Con Baroni direttamente dobbiamo ancora sistemare tutto al meglio, perché non ci siamo praticamente mai incrociati. Ma lavoriamo molto con i collaboratori. Siamo attaccati alla prima squadra: quando hanno bisogno di un giocatore, noi siamo pronti a darlo e ad aiutarli dove possiamo. Siamo a disposizione della prima squadra, questo deve essere chiaro ai ragazzi e a noi.
Quanto il calcio ‘occupa’ la tua giornata?
Direi 24 ore su 24… o quasi. Il calcio ti prende tanto. È un mestiere fatto così: le persone che ti stanno vicino tante volte ti vedono assorto e ti chiedono a cosa stai pensando. E tu stai pensando alla formazione, al movimento per dare fastidio alla squadra avversaria, se hai un giocatore non a posto e come sostituirlo. Si lavora tantissimo di testa. Non è un lavoro pesante fisicamente, ma mentalmente sì: si dorme poco, ti svegli e pensi. Il massimo è la mattina dopo la partita: fai fatica ad addormentarti, poi ti svegli e la prima cosa che ti chiedi è: “Ho vinto o ho perso?”. Quando realizzi che hai vinto, come è successo ieri, ti senti una soddisfazione enorme e ti dà una carica per ricominciare.
Cosa hai detto ai tuoi ragazzi ad inizio stagione?
Ho detto che ogni punto che facciamo in questo campionato va festeggiato come un punto che ti fa vincere il campionato. È uno sforzo enorme e una grande soddisfazione quando lo raccogli. E deve valere sempre, a prescindere dall’avversario. Devi essere sempre di cuore e di testa, perché hai la responsabilità di far crescere buoni giocatori e buoni uomini. Le regole, i comportamenti per me sono fondamentali. I ragazzi devono sapere che quando sono nel Verona, quando siamo in ritiro, in albergo, al ristorante, abbiamo uno stemma e una maglia da onorare. In quel momento siamo giocatori del Verona. E anche quando esci e fai la tua vita… sei sempre e comunque un giocatore dell’Hellas Verona.
Foto Hellas Verona FC


