di Giorgio Vincenzi (Foto ChievoVerona)
Rimarrà per sempre nei cuori dei tifosi del ChievoVerona! E non potrebbe essere diversamente. Stiamo parlando di Luigi Delneri, 76 anni, da Aquileia (Udine), l’autore di un’opera d’arte calcistica nata agli inizi degli anni Duemila che ha portato la squadra della diga ai massimi vertici del calcio italiano. Quello che conta. Sotto la sua guida tecnica il Chievo ottenne nel 2001 la storica promozione in Serie A che attirò i riflettori di mezzo mondo sul piccolo borgo alle porte di Verona per la bellezza del gioco, la “sfrontatezza” di una giovane squadra che non temeva i grandi club. Schierata da Delneri con il “suo” 4-4-2 e con un gioco sulle fasce irresistibile, alla fine di quel primo anno in Serie A ottenne un quinto posto e la qualificazione alla Coppa Uefa. Nei due anni successivi, sempre con il tecnico friulano sulla panchina, la squadra clivense raggiunse un settimo posto nel 2003 e un nono posto nel 2004.

Dopo tanti anni, in una serata di inizio ottobre, l’allenatore del miracolo e il “nuovo” ChievoVerona, che milita in serie D, si sono incontrati allo stadio Olivieri di Verona. Un amarcord che ha coinvolti i tanti i tifosi della diga presenti sugli spalti.
Delneri, qual è stato suo il primo pensiero nel rivedere il ChievoVerona?
Ho pensato alla grande organizzazione della società, alla grande voglia di poter ritornare a essere quello che era prima, con un po’ di pazienza, consci però delle difficoltà che la categoria impone. Ho visto un atteggiamento molto positivo. Poi tanta emozione nel ritornare nei luoghi dove ho cominciato con il Chievo nel 2000.
Che cosa ha detto a Sergio Pellissier, l’artefice della rinascita della società dopo il fallimento?
Sergio ha una grande voglia di fare le cose per bene e ci sta mettendo un grande impegno. Ho visto una grande volontà di portare avanti il nome del Chievo, per quello che questa società ha fatto per il calcio italiano e per quello che farà in futuro. Gli ho augurato di tirarsi fuori velocemente dalla quarta serie. Quando ci incontriamo finiamo sempre per parlare delle vecchie battaglie calcistiche.
I tifosi le hanno riservato lunghi applausi…
L’affetto che ho visto è importante per un allenatore: vuol dire che ho lasciato dei bei ricordi sia come tecnico che come persona. Quello che abbiamo fatto insieme resterà sicuramente nella storia. Questo grande affetto ci accomuna, sicuramente.
Veniamo al suo Chievo. Quale era, se c’era, il “segreto” di quella squadra che alla prima di campionato in Serie A vinse a Firenze 2-0 contro la Fiorentina di Mancini con gol di Perrotta e Marazzina?
Non c’era un segreto. Siamo stati fortunati a trovare i tempi e i momenti giusti. Ci siamo incontrati e questo avvenne già l’anno precedente in Serie B. Il primo anno del Chievo in Serie A era un salto nel buio perché eravamo quasi tutti esordienti in quella categoria. Avevamo però una nostra un’idea di gioco, un grande entusiasmo, giocatori, ragazzi, con la voglia di fare. Una squadra che combatteva con tutti alla pari, cercando di dimostrare sul campo quello che sapevamo fare, senza pensare agli altri. Abbiamo creato un’alchimia di gruppo importante, frutto anche di un ambiente molto sereno, tranquillo, che ci ha permesso di superare le difficoltà in modo facile, senza grande pressione. La società poi aveva un’organizzazione precisa, snella, ma efficace. C’erano il presidente Luca Campedelli e il direttore sportivo Giovanni Sartori, i comandanti in pectore, e poi c’eravamo noi, un gruppo creato sapientemente da quest’ultimo.
Una partenza fulminante…
Sì. Non sapevamo come sarebbe stato questo approccio iniziale contro le grandi del campionato. Poi abbiamo visto che la nostra idea funzionava anche in Serie A e l’abbiamo portata avanti con grande entusiasmo che abbiamo trasmesso anche a tutti gli appassionati di calcio che avevano trovato in noi una seconda squadra del cuore, dopo la loro. Questa è stata una grande soddisfazione. Abbiamo fatto un giro di andata importante, siamo stati anche in testa alla classifica.
Una gara di quel tempo che vorrebbe giocare nuovamente?
Vorrei giocare nuovamente la partita che abbiamo perso 3-2 a Milano contro il Milan. Meritavamo di vincere. È stata una partita un po’ particolare e una vittoria ci avrebbe permesso di volare in classifica.
C’erano state diverse decisioni arbitrali discutibili a sfavore del Chievo specie sull’episodio del rigore concesso a Shevchenko. Con il VAR forse la partita sarebbe finita in modo diverso…
Con il VAR avremmo vinto noi. Questo è sicuro. Mi dispiace perché quell’anno il Chievo era un esempio per tutti.
Il Chievo è sempre stato definito come favola, non le sembra un po’ riduttivo come termine?
Il primo anno di Serie A è stato fantastico mentre il secondo è stato di concretezza facendo più punti di quello precedente e questo dimostra che non era una favola, ma una realtà importante. La favola lasciamola al fatto che questa società era nata a Chievo, un piccolo borgo di Verona, poche migliaia di abitanti, e in una città dove c’era già un’altra squadra, l’Hellas, che raccoglieva tutti i tifosi. Non esisterà più in Serie A una squadra di quel tipo che possa gareggiare alla pari con le grandi e vincere contro di loro.

Da quel borgo è poi iniziata anche la sua carriera di allenatore di grandi squadre, come Roma e Juventus…
Io ho avuto quello che meritavo e non rimpiango nulla di quello che ho fatto. Io sono stato fortunato a fare l’allenatore e a trovare degli ambienti importanti che mi hanno dato la possibilità di fare questo mestiere, che in primis è una passione. Sono stato un ragazzo fortunato.
Le piace il calcio d’oggi?
Di oggi non mi soddisfa questo inizio del gioco dal portiere che è costantemente chiamato a impostarlo. Tra l’altro non sono in tanti in portieri a saperlo fare come concetto. Oggi le squadre tendono a venire incontro alla palla più che andare in profondità sull’esterno o in profondità sul lancio lungo. Io sono convinto che meno tieni la palla nei piedi e più hai verticalità, più aggredisci gli spazi e più hai la possibilità di trovare il momento giusto per andare in porta.
Le piacerebbe tornare ad allenare? (Sorriden.d.r.)
No, sono vecchio ormai. Il campionato è fatto di grande stress, di grande intensità, di grande applicazione. Una squadra come l’attuale Chievo ha bisogno di applicazione continua e di gioventù che possa dare energia. Noi “vecchi” allenatori, come concetto, potremmo essere utili dando qualche indicazione. Penso che l’esperienza la si fa sul campo e nel calcio l’esperienza non è solo tecnico-tattica ma anche di gestione dello spogliatoio, di sapere governare i momenti negativi che nascono, dare energia quando manca, caricare di entusiasmo i calciatori fino a quando non si raggiunge il risultato. Questo è quello che noi potremmo dare. Anche se le idee sul gioco ci sono, ora bisogna dare spazio ai giovani. Il calcio poi è sempre uguale: si gioca sempre 11 contro 11, con due porte e un pallone. L’importante però è avere un’idea giusta e trovare una società giusta per poter rendere al massimo. Anche oggi chi gestisce una squadra vincente parla sempre allo stesso modo: è merito del gruppo, dal magazziniere al presidente. È questo che cementa il tutto. È così che nascono delle squadre che possono avere l’abilità, la fortuna e le qualità per poter raggiungere degli obiettivi incredibili come ha fatto il Chievo.


