Editoriale #76 – Ricordo e simpatia dell’amigo Dirceu

Non ricordo bene che mese fosse. Forse ottobre. L’anno era il 1982, di questo ne sono certo.
Frequentavo il mio primo anno di scuole medie all’Istituto Giuseppe Verdi nel quartiere di Santa Croce a Verona. Quella mattina tra i corridoi c’era una strana agitazione in quanto si vociferava che un giocatore dell’Hellas Verona sarebbe venuto a trovare uno studente “perchè era un suo amico!”.

E così, al cambio di ogni ora, c’era chi andava alla finestra o alla porta per controllare se fosse già arrivato. Il campione (perché di questo si trattava) si palesò, come era prevedibile, durante la ricreazione. E fu subito bolgia. Le maestre, anche loro prese alla sprovvista, cercarono di mettere un po’ di ordine ma fu tutto inutile, tant’è che si arresero all’evidenza e si gettarono anche loro nella mischia, alla caccia di un autografo. Fu un momento di grande entusiasmo ed emozione che ancora oggi, a distanza di 41 anni, ricordo ancora con grande affetto e con un pizzico di nostalgica malinconia. Il giocatore venne a trovarci da solo, senza nessun accompagnatore, dirigente o ufficio stampa (che non esistevano…) al seguito. Si fermò a salutare praticamente tutti, regalando a ognuno di noi una cartolina che lo ritraeva accovacciato sul pallone e con in mano una confezione di latte (lo sponsor). Ovviamente indosso aveva una maglia gialloblu. Su ogni cartolina apponeva il suo autografo e, ai più fortunati, regalava anche una dedica (uguale per tutti): “Ricordo e simpatia dell’amigo Dirceu”.

José Guimarães Dirceu – per tutti semplicemente Dirceu – è stato tra i giocatori brasiliani più forti e rappresentativi degli anni Settanta e Ottanta. Nato il 15 giugno 1952 a Curitiba è morto in un incidente stradale a Rio de Janeiro il 15 settembre 1995 a soli 43 anni (per ulteriori informazioni consiglio Wikipedia e YouTube n.d.r.). Arrivò a Verona nell’estate del 1982 e diventò subito un idolo perché era ‘amigo’ di tutti e regalava sorrisi e umanità, oltre alle sue mitiche cartoline con i personal sponsor. Dirceu fu tra i primi giocatori al mondo, se non il primo, a promuovere e a vendere la sua immagine e, nel contempo, era un veicolo incredibile per promuovere il calcio e, in questo caso l’Hellas Verona. Un precursore dell’attuale marketing. Non a caso, infatti, con il suo arrivo furono migliaia i nuovi abbonamenti sottoscritti dai tifosi gialloblu e tanti bambini si avvicinarono e appassionarono al gioco calcio (oltre a diventare tifoso dell’Hellas…).

Il calcio Anni Ottanta era passione ma anche condivisione, era tifo ma allo stesso tempo rapporto umano, era gioco e, contemporaneamente, momento di aggregazione sociale. E i giocatori erano ambasciatori e veicoli per trasmettere questi valori; per loro era normale salutare, sorridere ai tifosi, regalare autografi, farsi scattare foto, fermarsi a fare due chiacchiere.
Attualmente, nello sport di alto livello (calcio in primis), questa umanità è praticamente sparita. Il giocatore è una star da tenere sotto una campana di vetro, lontano da tutto e da tutti, perché ‘non può distrarsi’ e perché ‘non può perdere tempo’. Le uniche possibilità che ha per interagire con i tifosi sono stories, reel, trend o challenge pubblicate sui social.

Lo sport è veicolo di valori, insegna a stare al mondo, a rialzarsi dopo le sconfitte, impone sacrifici e tanto lavoro; certo è che se gli atleti professionisti non lo raccontano alla gente in prima persona, dal vivo, andando nelle scuole, nelle palestre, nelle parrocchie, sinceramente la vedo ardua riuscire a convincere i nostri giovani che lo sport rende persone migliori.
Abbiamo bisogno di miti positivi, di campioni veri in e fuori dal campo, esempi da seguire e imitare non solo per diventare famosi ma, soprattutto, per essere uomini e donne veri. Di (nuove) star del web, sinceramente, possiamo farne anche a meno. Togliamo un po’ di lustrini e paillettes al mondo dello sport e (forse) riusciremo a (ri)portare tanti bambini a fare sport, quello sano, quello che ti da anche qualche scarpata forte, ma che ti fa crescere con una marcia in più. Perché, alla fine, tutti (specialmente i più giovani) abbiamo semplicemente di un Dirceu che ti dica ‘amigo e che ti regali un sogno sotto forma di cartolina. Il resto, poi, viene da sé…