Editoriale #77 – Donne e sport, binomio vincente in cerca di identità

Non importa che se ne parli bene o male, l’importante è che se ne parli” è la famosa frase che Oscar Wilde fa pronunciare al suo personaggio Dorian Gray.
Un’affermazione che è stata, per certi versi, il mantra dell’estate 2023 per quanto riguarda lo sport
femminile.
Le débâcle delle nazionali di calcio (ai mondiali) e di pallavolo (agli europei) hanno infatti letteralmente riempito pagine e pagine di giornali e acceso polemiche sui social.
Milena Bertolini e Davide Mazzanti, rispettivamente allenatori delle Azzurre di calcio e di pallavolo, sono diventati i capri espiatori delle suddette disfatte e bersagli di critiche non sempre equilibrate e obiettive.
Risultati deludenti, allenatori incapaci, squadre da rifondare, presidenti Federali non sempre ‘sul pezzo’, giocatrici che non accettano le decisioni del tecnico…
Insomma, grazie alle polemiche lo sport femminile ha fatto parlare di sé.

Si parla (e a volte si ‘sparla’…) di parità di genere che, per definizione, è “la parità tra donne e uomini rispetto ai loro diritti, trattamento, responsabilità, opportunità e risultati economici e sociali”.
Se vogliamo essere ancora più precisi, in base all’Obiettivo l’Obiettivo 5 dell’Agenda 2023 (programma sottoscritto il 25 settembre 2015 da 193 Paesi delle Nazioni per garantire un presente e un futuro migliore al nostro Pianeta e alle persone n.d.r.) il quale ‘mira ad ottenere la parità di opportunità tra donne e uomini nello sviluppo economico, l’eliminazione di tutte le forme di violenza nei confronti di donne e ragazze (compresa l’abolizione dei matrimoni forzati e precoci) e l’uguaglianza di diritti a tutti i livelli di partecipazione’.
Spesso però, soprattutto nello sport, si vuole arrivare a questa semplicemente ‘copiando’ le dinamiche del mondo maschile e ‘incollandole’ su quello femminile.
L’esempio lampante viene dal mondo del calcio femminile che, dal primo luglio 2022, è diventato a tutti gli effetti professionistico. Cosa ha comportato questa tanto agognata svolta? Sicuramente un aumento dello stipendio medio delle calciatrici di serie A (quelle di serie B sono ancora dilettanti…), maggiore visibilità (partite trasmesse in diretta) e poi? Sinceramente non mi sembra null’altro di rilevante.
Essere professionisti significa in primis saper comunicare, avere impianti sportivi di qualità, avvalersi di dirigenti preparati (professionisti) e non di dopolavoristi, pensionati (tanto rispetto per queste figure) o, nel peggiore dei casi, figli di papà.
Lo stesso dicasi per quanto riguarda la guida tecnica che deve essere all’altezza di uno spogliatoio femminile, microcosmo che si fonda su dinamiche completamente differenti da quelle maschili. Chi non capisce, non vuole capire o ignora questo aspetto è destinato a fallire e a finire nel dimenticatoio.
Infine, ma non per ultime, ci sono loro, le atlete che per anni lottato, giustamente per diventare professioniste. Ora che lo sono finalmente diventate pare non abbiano ancora capito cosa significa essere professioniste o meglio pensano che per esserlo sia sufficiente imitare gli atteggiamenti e le abitudini (alcune davvero imbarazzanti) dei colleghi uomini.

Ho un grande rispetto per lo sport femminile perché è in questo ambito che ho iniziato la mia attività giornalistica. Ed è proprio grazie a queste mie esperienze che ho potuto capire alcune delle dinamiche e delle problematiche che regolano – e in alcuni casi governano – un gruppo di atlete. Ed è sulla base di queste esperienze che posso affermare che per raggiungere una vera parità nello sport si deve inevitabilmente diversificare.
Distinguere non significa per forza dividere e soprattutto, parafrasando il motto dell’Unione europea, si può essere uniti anche nella diversità, ognuno mettendo in risalto le proprie caratteristiche e i propri ‘talenti’.

Solo così potremmo parlare di uguaglianza e di parità in modo chiaro, onesto e senza ipocrisia.