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EDITORIALE | Diecimila euro per il disprezzo: quando il calcio calpesta la memoria

23 Settembre 2026 · 9:09

(di Alberto Cristani)

Diecimila euro. È questo, secondo la giustizia sportiva, il prezzo della memoria, del rispetto e di un gesto che avrebbe dovuto essere naturale in qualunque stadio: un minuto di silenzio per Sandro Mazzola, campione d’Italia e d’Europa, simbolo della Nazionale e protagonista della storia del calcio italiano.
Un minuto soltanto. Non una partita, non un derby, non un coro da curva. Sessanta secondi durante i quali fermarsi e ricordare un uomo che ha rappresentato lo sport con talento e dignità. Invece, una parte della Curva Sud della Juventus ha scelto di interrompere quel momento, voltandosi verso il campo e scandendo i nomi di Scirea, Fortunato e Agnelli.

Non è stato un omaggio. È sembrata una provocazione, quasi una dichiarazione di ostilità: il vostro morto non ci riguarda. Un comportamento ancora più grave perché avvenuto durante un momento dedicato a una persona scomparsa, davanti a migliaia di spettatori e a milioni di telespettatori.
Il resto dello Stadium ha applaudito. La società ha diffuso una nota. Poi è arrivata la decisione del giudice sportivo: una multa di diecimila euro. Diecimila euro per un gesto che ha offeso la memoria di Mazzola e il senso stesso dello sport.
Il giudice Gerardo Mastrandrea ha definito “esiguo in percentuale” il numero delle persone coinvolte. Ma il rispetto non si misura in percentuali. Un’offesa non diventa meno grave perché a compierla sono in cento invece che in mille. Non conta quanti hanno voltato le spalle: conta che qualcuno abbia pensato di poterlo fare senza conseguenze reali.

La Juventus rischiava la chiusura della curva. Sarebbe comparso un settore vuoto, una fotografia scomoda, un segnale concreto. Meglio allora una multa contenuta e la curva ancora piena. Il club può prendere le distanze, le istituzioni possono dichiarare di avere sanzionato i responsabili e tutto può tornare alla normalità.
Ma quale normalità? Quella in cui si può mancare di rispetto a un uomo morto e, pochi giorni dopo, tornare tranquillamente al proprio posto? Quella in cui il botteghino sembra avere più valore della memoria? Il messaggio che passa è semplice e pericoloso: si può fare, tanto il prezzo è sostenibile.
Adriano Panatta ha chiesto il Daspo a vita. Una posizione severa, ma comprensibile. Chi non riesce a rispettare un uomo soltanto perché ha indossato una maglia diversa non dimostra fedeltà alla propria squadra: dimostra di non aver capito nulla dello sport. Il tifo non può trasformarsi in una giustificazione per ogni forma di inciviltà.

Il Daspo avrebbe avuto un significato preciso: fuori dagli stadi gli imbecilli. Invece, con ogni probabilità, quelle stesse persone torneranno sugli spalti. Stessi posti, stessi cori, stessa arroganza. E il calcio continuerà a tollerare comportamenti che, in qualunque altro contesto, verrebbero giudicati per quello che sono.
Poi ci stupiamo quando i ragazzi sono aggressivi, maleducati e incapaci di rispettare regole e limiti. Ma quale esempio stiamo offrendo? Che un minuto di silenzio può essere disturbato senza conseguenze significative. Che un’offesa alla memoria si può liquidare con una sanzione simbolica. Che un settore pieno conta più della dignità.

Diecimila euro per Mazzola, per lo sport e per il rispetto. Una cifra ridicola e una decisione che lascia l’amaro in bocca. Non è equilibrio: è debolezza. Non è proporzione: è rassegnazione.
Finché chi sceglie di voltare le spalle alla memoria potrà continuare a entrare allo stadio senza conseguenze concrete, sarà lo stadio stesso ad avere voltato le spalle ai propri valori.

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