Tecnologie a scuola: aiutano o disturbano?

Le nuove tecnologie si stanno imponendo già da alcuni anni nel sistema di istruzione, italiano e non. Abbattono gli spazi fisici dell’aula e creano degli ambienti virtuali a portata di click. Il registro elettronico, piattaforme simil-social, per connettere studenti e professori, siti internet di istituti scolastici, questi sono solo alcuni esempi di una trasformazione ormai evidente.

Gli alunni amano sempre meno la lezione frontale e desiderano utilizzare strumenti nuovi, più aderenti alla loro matrice cognitiva di nativi digitali. Ma è credibile riuscire a imparare in una scuola sempre più digitale e ovviamente sempre meno fisica?

L’eccessiva digitalizzazione comporta dei rischi?

Non si parla a caso di “strumenti digitali”, poiché sono utilizzati come mezzi, utili a consentire apprendimenti efficaci e inclusivi. Tuttavia, il docente che li utilizza non deve mai dimenticare gli aspetti fondamentali delle teorie dell’apprendimento: un processo continuo e proficuo nella misura in cui coinvolge operativamente lo studente.

L’uso prevalente che oggi si fa della tecnologia consiste nella distribuzione di contenuti, nel presupposto (errato) che la “semplice lettura” produca un apprendimento. Ma, non si impara né dalle tecnologie né dagli insegnanti: si impara mettendo in azione il proprio pensiero.

Le tecnologie vanno intese come strumenti cognitivi di supporto all’apprendimento, poiché è noto che si impara qualcosa in modo significativo quando lo si deve spiegare a qualcun altro.

La competenza digitale è innata?

Una delle otto competenze chiave per l’apprendimento è la cosiddetta competenza digitale, che consistenel saper utilizzare con dimestichezza e spirito critico le tecnologie della società dell’informazione. Ma siamo sicuri che la generazione Millennium possieda queste competenze per il solo fatto di essere nativa digitale?

Nessun altro media, prima d’ora, ha modificato la velocità e il modo con cui si elaborano le informazioni come, invece, hanno fatto le tecnologie digitali. L’introduzione delle TIC (Tecnologie dell’Informazione e della Comunicazione) in classe implica un cambiamento di strategia.

Ai docenti spetta il compito più difficile: reinventare dalle basi la loro professione consapevoli, però, che le tecnologie sono uno strumento in mano agli attori del processo educativo. Non c’è tecnologia, per quanto avanzata, che possa sostituirsi al docente e alle sue capacità di relazione.

Un’indagine dell’Università di Milano-Bicocca sull’uso dei nuovi media tra gli studenti delle scuole superiori lombarde indica che due su tre non sanno come funziona Wikipedia, non sanno riconoscere una pagina di login fasulla guardandone l’URL e non hanno idea di come si reggano in piedi economicamente i siti commerciali più popolari. Eppure, due su tre hanno uno smartphone e la metà di loro è online tutti i giorni.

Stiamo quindi crescendo una generazione di falsi nativi digitali, che non hanno una reale competenza informatica? Forse, certo è che intorno a loro si sta evolvendo un mondo dal quale diventa sempre più difficile uscire e diventare competenti.

Affidare un tablet a un’adolescente non farà di lui un informatico provetto, esattamente come rinchiuderlo tante ore in garage non lo trasformerà in un’automobile, né in un futuro Steve Jobs. Garantirgli invece lo sviluppo dei quattro tipi fondamentali di apprendimento, senza dubbio, lo aiuterà, qualsiasi cosa egli deciderà di fare in futuro.