(di Giorgio Pasetto)
La pubalgia è uno dei problemi più frequenti – e spesso più frustranti – soprattutto, ma non solo, nel mondo del calcio. Un dolore apparentemente concentrato in pochi centimetri, nella regione pubica e inguinale, può diventare persistente, limitare la corsa, rendere doloroso il movimento e, nei casi più seri, costringere l’atleta a settimane o mesi di stop. Il punto chiave è che la pubalgia non andrebbe considerata come una singola patologia, ma come una sindrome.
Oggi si parla più precisamente di groin pain, cioè dolore dell’area inguino‑pubica dell’atleta. Il Doha Agreement distingue forme adductor‑related, iliopsoas‑related, inguinal‑related e pubic‑related, alle quali si aggiungono le problematiche provenienti dall’anca e altre possibili cause.
In altre parole: due atleti che indicano lo stesso punto doloroso possono avere problemi diversi e, soprattutto, possono esserci arrivati attraverso meccanismi differenti.
Dal dolore locale alla visione globale
L’approccio riabilitativo alla pubalgia ha una storia lunga. Già negli anni ’80 Busquet contribuì a spostare l’attenzione dal singolo muscolo verso una visione più globale dell’atleta: il punto in cui compare il dolore non rappresenta necessariamente l’unico punto su cui intervenire.
Il bacino è un vero crocevia biomeccanico tra tronco e arti inferiori. Sulla regione pubica convergono forze provenienti dagli adduttori, dalla muscolatura addominale e da tutto il sistema lombo‑pelvico.Nel calcio, scatti, frenate, cambi di direzione, contrasti e soprattutto il gesto ripetuto del calcio al pallone sottopongono questa zona a sollecitazioni elevate e continue.Per questo il concetto di lavoro posturale resta interessante, purché interpretato in chiave moderna: non ricerca di una postura perfetta né attribuzione automatica del dolore a piccole asimmetrie, ma valutazione dell’atleta nel suo insieme.

Cosa valutare nell’atleta
Nella valutazione dovrebbero rientrare:
- mobilità dell’anca
- controllo del bacino
- forza degli adduttori
- capacità della parete addominale
- mobilità e controllo del tronco
- differenze tra i due arti inferiori
- modalità con cui il calciatore corre, cambia direzione e calcia.
Questi elementi aiutano a capire non solo dove fa male, ma perché quella zona è sovraccarica.
Trattamento moderno: oltre il lettino
Il trattamento non dovrebbe limitarsi al lettino. Stretching, terapia manuale e lavoro sulla mobilità possono essere utili, ma devono progressivamente lasciare spazio all’elemento probabilmente più importante: il carico attivo.Le evidenze sul groin pain persistente mostrano risultati migliori per programmi attivi supervisionati rispetto ai trattamenti esclusivamente passivi.Un supporto interessante è rappresentato dalle onde d’urto focali, soprattutto quando è presente una componente dolorosa pubica e un quadro di sovraccarico della regione. Studi su calciatori con dolore inguinale e segni di stress pubico hanno mostrato una riduzione più rapida del dolore e un ritorno al calcio più precoce quando le onde d’urto vengono integrate in un programma riabilitativo strutturato.Le onde d’urto, quindi, possono essere un acceleratore del percorso, non un sostituto del percorso: trattare solo il punto doloroso senza aumentare la capacità di carico dell’atleta rischia di produrre miglioramenti incompleti o temporanei.
Il vero “farmaco”: l’esercizio
Superata la fase più dolorosa, il protagonista della riabilitazione diventa l’esercizio. A seconda del quadro clinico, si lavora su:
- recupero della forza degli adduttori e della muscolatura dell’anca
- controllo del complesso lombo‑pelvico
- stabilità e controllo del tronco.
Esercizi isometrici e dinamici, adduzioni contro resistenza, lavoro monopodalico, squat e affondi progressivamente più impegnativi sono alcuni degli strumenti utilizzati.
Essere forte in palestra, però, non significa automaticamente essere pronto per giocare.
Dalla riabilitazione alla riatletizzazione
Tra “non ho più dolore” e “sono pronto per giocare una partita” c’è uno spazio enorme: è lo spazio della riatletizzazione.La corsa viene reintrodotta in condizioni controllate, poi si aumenta velocità e durata, si inseriscono accelerazioni e decelerazioni e quindi cambi di direzione via via più intensi.Successivamente torna il pallone: prima conduzione e passaggi a bassa intensità, poi passaggi più lunghi, cambi di direzione con palla, tiri progressivamente più potenti e infine gesti tecnici ad alta velocità in condizioni simili alla partita.I protocolli moderni sono sempre meno legati al calendario e sempre più criteria‑based: l’atleta passa alla fase successiva quando raggiunge determinati criteri clinici, di forza e di funzione. La domanda non è solo “Da quante settimane è fermo?”, ma soprattutto “Che cosa è nuovamente in grado di fare?”.
Il ritorno in campo fa parte della cura
Il recupero segue una successione logica:
1) controllare il dolore
2) recuperare mobilità e funzione
3) sviluppare forza
4) aumentare la capacità di carico
5) correre
6) accelerare e frenare
7) cambiare direzione
8) calciare
9) allenarsi con la squadra
10) tornare alla competizione.
In casistiche di calciatori professionisti trattati in modo conservativo per stress pubico, una progressione basata su criteri clinici e funzionali ha consentito il ritorno all’allenamento in circa 41 giorni e alla partita in circa 49 giorni, numeri che non possono però essere applicati automaticamente a ogni atleta.
La vera evoluzione è il passaggio dalla ricerca di “una terapia per la pubalgia” alla costruzione di un percorso individualizzato per “quel calciatore con quel determinato groin pain”.
Lavoro posturale e controllo del movimento correggono gli aspetti funzionali rilevanti, le onde d’urto supportano quadri selezionati di interessamento pubico, l’esercizio progressivo restituisce capacità di carico ai tessuti, la riatletizzazione riporta il giocatore a ciò che gli serve davvero: correre, frenare, cambiare direzione e calciare ad alta intensità.
Perché nella pubalgia, come in gran parte della moderna riabilitazione sportiva, far scomparire il dolore è solo una parte del lavoro: il vero obiettivo è riportare l’atleta in campo in grado di sopportare ciò che il calcio gli richiederà e, possibilmente, far sì che ci rimanga.


