di Angelo Vicelli
Quando arriva la competizione, ciò che sappiamo fare sembra improvvisamente più difficile. Cosa cambia davvero? E come può aiutarci la preparazione mentale? Ti alleni per settimane, migliori la tecnica, acquisisci sicurezza. Durante gli allenamenti tutto sembra funzionare: i movimenti sono fluidi, le decisioni spontanee, riesci persino a sorprendere te stesso.
Poi arriva la partita. E qualcosa cambia.
Quel gesto che fino al giorno prima sembrava così naturale diventa complicato. Cominci a esitare, a commettere errori insoliti, a perdere quella sicurezza che sentivi di aver conquistato. E più cerchi di ritrovarla, più sembra allontanarsi.
È un’esperienza che molti atleti conoscono bene e che lascia una domanda difficile da accettare: “Se so farlo, perché quando conta davvero non ci riesco?”.
La risposta più immediata è che sia una questione mentale. Ma dire che è una questione mentale, in fondo, non spiega ancora nulla.
Per capire cosa accade dobbiamo considerare un aspetto spesso trascurato: tra allenamento e competizione non cambiano soltanto le condizioni in cui giochiamo. Può cambiare anche ciò che sentiamo di mettere in gioco.
Quando il risultato comincia a parlare di noi
Immaginiamo un tennista che durante un allenamento sbaglia un colpo. Può arrabbiarsi, certo, ma generalmente quell’errore rimane ciò che è: un colpo sbagliato.Durante una partita importante, invece, lo stesso errore potrebbe assumere un significato diverso: “Adesso perderò”, “Cosa penserà il mio allenatore?”, “Non sono bravo come credevo”. Il gesto tecnico è lo stesso. Quello che cambia è il significato attribuito all’errore.Nello sport, infatti, non cerchiamo soltanto risultati. Attraverso quei risultati, a volte, cerchiamo anche conferme su noi stessi. Vogliamo sentirci capaci, riconosciuti, all’altezza delle aspettative.
La difficoltà nasce quando vincere diventa una dimostrazione del proprio valore e perdere rischia di trasformarsi nella prova del contrario.A quel punto la partita non è più soltanto una sfida con un avversario. Può diventare, senza che ce ne rendiamo pienamente conto, anche una sfida con l’immagine che abbiamo di noi stessi.Il paradosso di voler riuscire a tutti i costi
Quando sentiamo di non poter sbagliare, spesso iniziamo a controllare eccessivamente ciò che facciamo.Un tennista può cominciare a pensare a ogni dettaglio del movimento, un calciatore può esitare prima di un passaggio che normalmente eseguirebbe senza difficoltà.Eppure, molte abilità sportive, una volta consolidate, funzionano meglio senza un controllo cosciente continuo. È un po’ come quando cerchiamo di addormentarci a tutti i costi: più ci imponiamo di riuscirci, più rischiamo di rimanere svegli.Nello sport può accadere qualcosa di simile. Il tentativo di garantirci una buona prestazione può diventare proprio ciò che la ostacola.
L’atleta teme di sbagliare, quindi diventa più prudente. La prudenza eccessiva modifica il suo modo di giocare. Non riconoscendosi più nei propri gesti, perde sicurezza. E quella perdita di sicurezza aumenta ulteriormente la paura di sbagliare.Così, progressivamente, può ritrovarsi a giocare non più per realizzare qualcosa, ma soprattutto per evitare che accada qualcosa di negativo.



