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Il Baskin della Buster Basket conquista il ministro Locatelli

05 Novembre 2026 · 20:55
Ministro Alessandra Locatelli in visita a Baskin Buster Basket

(di Rocco Fattori Giuliano, foto Elisa Busatto) Una partita dimostrativa per spiegare cosa significhi giocare a Baskin, davanti al ministro per le Disabilità Alessandra Locatelli, arrivata a Verona per toccare con mano il progetto della Buster Basket.

Il palazzetto Le Grazie si è riempito di atleti, famiglie, dirigenti, sponsor e rappresentanti delle istituzioni, in un clima che ha colpito la stessa ministra. «Appena sono entrata ho percepito la bellezza del vostro progetto e la bellezza di questo luogo», ha detto. «Non tutti hanno la fortuna di avere un palazzetto vivo. Sento la passione di tanti anni, di tante persone che ci dedicano passione, tempo e vita».

Al termine dell’esibizione il ministro ha salutato uno per uno i giocatori della squadra di Baskin. Poi ha sottolineato la crescita di un percorso che definisce prezioso: «Siete sempre di più, il progetto sta continuando a crescere. Per noi questo è un valore inestimabile, non solo per il Veneto, ma per tutto il Paese». Locatelli ha spiegato di aver voluto essere presente di persona e di aver trovato qualcosa di raro rispetto ad altre società conosciute: «Qua ho la sensazione di essere in una grande famiglia, con molti ragazzi. Avvicinarsi a ragazzi che fanno fatica ad avvicinarsi allo sport è fondamentale».

Per Locatelli la Buster Basket può diventare un modello replicabile in altri territori. «Non è solo una rete, è una famiglia di persone», ha osservato, ricordando il coinvolgimento di atleti, familiari, allenatori, dirigenti, sponsor, banche e istituzioni. Alle amministrazioni pubbliche, a ogni livello, spetta un compito preciso: «Non può esserci una barriera economica o legata alle infrastrutture», ha affermato, aggiungendo che gli impianti devono avere «spogliatoi accessibili» ed essere facilmente raggiungibili, pur riconoscendo che non sempre è semplice. Ha citato anche amministrazioni illuminate che hanno lavorato in questa direzione e possono fungere da esempio.

«La famiglia fa tanti sacrifici per portare il proprio figlio avanti e indietro agli allenamenti e alle gare», ha ricordato, spiegando che l’impegno va alleggerito e accompagnato con entusiasmo, fino a diventare una responsabilità condivisa e più gratificante per tutti. Il suo ringraziamento finale è andato a chi sostiene il progetto: «Sono onorata di essere qui con voi».

I numeri raccontano la dimensione dell’iniziativa. Sono 54 i ragazzi coinvolti, provenienti da associazioni sportive sociali, in una società che quest’anno festeggia il cinquantottesimo anno di vita.

A guidare la società c’è Gabriele Zuccher assieme a Nicoletta Caselin, dirigente con un passato da protagonista del basket femminile: scudetto con Schio nel 2005, Olimpiadi di Atlanta nel 1996 e 147 presenze in Nazionale. Caselin ha spiegato che la Buster interpreta il Baskin in una dimensione under 22-23, con un messaggio riassunto nel «giochiamo tutti, giochiamo insieme». I ragazzi normodotati, ha osservato, trovano passione e interesse e al tempo stesso costruiscono amicizie. Sul ruolo delle istituzioni ha evidenziato il valore della presenza, perché in una quotidianità complessa un gesto di vicinanza conta, accanto ai contributi necessari a valorizzare gli allenatori e a garantire gli spazi. Alle famiglie, che affidano alla società i propri figli, va il ringraziamento per una fiducia che permette anche di mostrare ai genitori lati più gioiosi e sportivi dei ragazzi.

La voce più giovane del progetto è quella di Giovanni Tomelleri, 22 anni, allenatore responsabile del Baskin alla Buster. Ha iniziato a 17 anni come giocatore e oggi segue tutto il gruppo. Per lui lo sport inclusivo insegna ai coetanei a stare insieme e a gestire situazioni lontane dalla quotidianità, a contatto con ragazzi che affrontano difficoltà maggiori. Decisivi, a suo giudizio, sono famiglia e scuola: soprattutto la scuola, dove i ragazzi trascorrono gran parte della giornata, perché un progetto di inclusione ben fatto arricchisce non solo chi ha una disabilità ma anche compagni e insegnanti.

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